Io sono un gatto
Ricordo che un giorno – il giorno in cui dovevo partire dopo un mese, da solo, in questa città. Avevo appena pranzato in una piccola trattoria nell’angolo più remoto delle Fondamenta Nuove: pesce alla griglia e mezza bottiglia di vino. Con questo viatico nello stomaco, mi misi in cammino per andare a ritirare le valigie e prendere un vaporetto. Camminai per mezzo chilometro lungo le Fondamenta Nuove – un piccolo punto in movimento in quel gigantesco acquarello – e poi voltai a destra all’altezza dell’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. La giornata era calda. Piena di sole, il cielo azzurro, tutto incantevole. E voltando le spalle alle Fondamenta e a San Michele, rasentando il muro dell’ospedale, quasi strusciandolo con la spalla sinistra e strizzando gli occhi per guardare il sole, ebbi all’improvviso una sensazione: Io sono un gatto. Un gatto che si è appena pappato un pesce. Se qualcuno mi rivolgesse la parola in questo momento risponderei miagolando. Ero assolutamente, animalescamente felice. A distanza di dodici ore, com’è ovvio, dopo essere sbarcato a New York, incappai nel peggior guaio della mia vita, il peggiore possibile – o quello che allora sembrava tale. Ma il gatto dentro di me c’era ancora; non fosse stato per quel gatto, a quest’ora mi arrampicherei ai muri di qualche istituto per ospiti di lusso.