Perché proprio a me

Perché proprio a me?

Ho conosciuto il cancro. Le cellule maligne, mi avevano detto, si riproducono a migliaia, a milioni, e chissà già quanto tempo avevo perso mentre loro si moltiplicavano. Ero terrorizzata anche nel vedere questo ospedale di così grandi dimensioni, dovevo essere ricoverata al sesto piano mentre il letto libero era in un reparto che si chiamava DS1. C’erano le donne che venivano ricoverate per un tumore al seno. Alcune venivano ricoverate, operate e dimesse; altre morivano con lamenti di dolore. Sentivo le loro invocazioni di giorno e di notte, e poi i parenti che non si rassegnavano alla cruda realtà. Imprecavano e piangevano anche loro. Ricordo anche la visita dall’otorinolaringoiatra, il medico con la luce sulla fronte ed un fornellino acceso vicino alla mia sedia ed io che con terrore gli dico: Ma, mi brucia con che cosa? ma lo fa da sveglia? Mi battevano i denti dalla paura. E il tubo digerente con una polverina gassata da deglutire e trattenere il respiro, e poi su una macchina a cui tenermi attaccata, stretta, stretta. Mi facevano girare a destra e poi a sinistra, intorno e poi su e giù. Capivo che il mio corpo doveva essere controllato da ogni punto visibile. Infatti ogni lato poteva nascondere o far scoprire qualche cosa. Dopo 25 anni, la linfografia è come se l’avessi fatta un anno fa; gli aghi con il liquido radio-opaco, la ricerca dei linfonodi sul dorso del piede, un male terribile a camminare, i punti facevano male e spesso si creavano infezioni. E poi la biopsia ossea per controllare il midollo, i globuli bianchi, i rossi e il resto. Anestesia sui lati della schiena, 1, 2, 3, 4 somministrazioni. Me ne hanno fatte tantissime. Mi dicevano che con questi farmaci si anestetizzava anche un cavallo, ma io ricordo che il dolore lo sentivo lo stesso.  E poi gira, gira il trapano dentro le mie ossa per aspirare il midollo. Ecco fatto – dice il medico guardando la siringa dopo averla estratta dal mio osso - ed invece nel muoversi lo perde per strada ed è necessario ripetere tutto da capo. Volevo trattenere il dolore, affondavo le unghie nella pelle delle mani, i pugni stretti, stretti; il sudore scorreva giù lungo le braccia che erano a penzoloni. Ecco fatto – dice ancora una volta - accompagnatela in camera.[1]

[1]Marisa