Esperimentata e pure inesperimentabile
Esperimentata e pure nella sua realtà a noi inesperimentabile, la morte, sempre ricrescente sopra di noi e pure da noi mai veramente ammessa, la morte che umilia e supera il senso della vita sin dall’inizio, è stata bandita perché non c’interrompesse costantemente nell’opera di ritrovare quel senso, fu ricacciata fuori, essa, che ci è verosimilmente così vicina che non possiamo stabilire in noi la distanza tra essa e l’intimo centro vitale, è divenuta una cosa esteriore, quotidianamente sempre più allontanata, che in qualche luogo del vuoto ci spia, per sopraffare questo e quello d’improvviso malignamente trascelto.
Ma la natura nulla sa di questa rimozione in certo modo a noi riuscita: se un albero fiorisce, fiorisce la morte in esso come la vita, e il campo è pieno di morte, che dal suo volto supino germoglia una ricca espressione di vita, e gli animali trapassano pazienti dall’una all’altra – ed intorno a noi dovunque la morte è ancora di casa e dalle fessure delle cose ci guarda, ed un chiodo arrugginito, che sporge in qualche luogo da un asse, giorno e notte non fa che rallegrarsi di lei.[1]
[1] Citato Rilke in Lettere ad un giovane poeta